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LUGAGNANO DI SONA (VERONA) - Il corpo di lui, mani legate con del nastro, testa fracassata da almeno otto colpi di martello, seminascosto in cantina sotto alcuni cartoni e qualche telo. Lei, strangolata, con addosso solo una maglietta, riversa sul letto nella camera al primo piano. I coniugi Luigi Meche, 61 anni, imbianchino in pensione, e Luciana Rambaldo, 57 anni, casalinga, sono stati trovati così senza vita nella loro villa di Lugagnano di Sona pochi minuti dopo la mezzanotte. L’autopsia ha stabilito che il primo a morire, tra le 16 e le 22 di ieri è stato l’uomo seguito dopo pochi minuti dalla moglie. A scoprire la tragedia un nipote delle vittime, Simone Veronesi di 35 anni, sposato e padre di due bambini. L’uomo si era recato nella casa degli zii, che non avevano figli, dopo che per tutto il pomeriggio aveva tentato inutilmente di raggiungere i parenti al telefono. E’ entrato scavalcando la recinzione e attraverso una porta sul retro trovata aperta. Veronesi è stato sentito a lungo dai carabinieri coordinati dal pm Fabrizio Celenza, così come in caserma a Sommacampagna (Verona) sono stati ascoltati parenti, amici e conoscenti. I militari ancora non si sbilanciano su ipotesi precise ma tenderebbero a escludere il movente della rapina. Nella casa, da quanto si è appreso, tutto sarebbe stato in ordine tanto da far ritenere agli investigatori che i due coniugi, che a detta dei vicini avevano una ‘fisiologica’ paura dei ladri tanto da chiudere ermeticamente la casa all’imbrunire, conoscessero il loro assassino entrato senza scassinare infissi. All’appello dei carabinieri mancherebbe ancora una persona da ascoltare: un giovane collaboratore di Luigi Meche, probabilmente moldavo, visto anche ieri pomeriggio dipingere la staccionata in ferro nero che circonda la villa.